Sterilità ed infertilità sono comunemente utilizzati come sinonimi dello stesso problema, c’è però una differenza che non ritroviamo nella terminologia inglese, dove essi sono equivalenti.
Da noi sterilità ha il significato di una condizione nella quale la coppia non è riuscita ad avere una gravidanza, mentre nell’infertilità si hanno gravidanze iniziali che però esitano in aborti ripetuti.
La differenza è sostanziale per quanto riguarda la terapia e nelle richieste di informazioni durante la prima visita (anamnesi) il ginecologo pone delle domande per capire quale possa essere il problema della coppia ed orientarsi sulle proposte terapeutiche.
Il primo passo è raccogliere la storia clinica della coppia con eventuali patologie già riscontrate ed eventuali cure effettuate. La dismenorrea non va mai sottovalutata perché potrebbe essere la spia della presenza di endometriosi, patologia che implica decisioni immediate dato il suo impatto fortemente negativo sula fertilità.
Esami ormonali, ecografie sono spesso richieste, insieme ad esami genetici e, sempre, un esame del liquido seminale (spermiogramma).
Mentre per l’uomo in genere due seminali sono sufficienti per orientarsi, nella donna la valutazione della funzione riproduttiva è molto più complessa. Un esempio è diagnosticare la funzionalità tubarica che spesso viene confusa con la pervietà tubarica. Tube aperte non vuol dire tube funzionanti, queste infatti hanno un meccanismo di trasporto ciliare che non può essere valutato neanche con gli esami più sofisticati.
Durata della sterilità
La durata della sterilità è un criterio diagnostico fondamentale, deve essere di almeno 12 mesi di rapporti casuali e non mirati, e in presenza di un buon seminale di cicli regolari e di un età della donna inferiore ai 39 anni, ci indirizza verso un sospetto di malfunzionamento tubarico. Più è lunga l’attesa è più il problema è strutturato, quindi man mano che essa aumenta è sempre più difficile che si sblocchi spontaneamente.
L’età della coppia
L’età della donna è molto importante. Sappiamo che la qualità delle cellule riproduttive femminili (ovociti) resta sostanzialmente invariata fino ai 35 anni. Dai 36 la genetica ovocitaria inizia a modificarsi per peggiorare drasticamente e progressivamente dai 39 anni in poi. Ai 45 anni la quasi totalità degli ovociti ha alterazioni genetiche che rende improbabile la fecondazione ed è la causa dell’aumento degli aborti in questa fascia di età.
L’età dell’uomo è stata in passata trascurata ma sappiamo che, anche se la vita dello spermatozoo al momento del rapporto è in media di 90 giorni, anch’essa incide nel determinare la fecondazione ed il successivo sviluppo dell’embrione.
Terapia della sterilità
Una volta effettuato l’inquadramento diagnostico, che deve avere una brevissima tempistica non oltre un mese, sapendo che il passar del tempo incide negativamente sul raggiungimento del risultato, saranno proposte essenzialmente due tecniche, l’inseminazione intrauterina o la fecondazione in vitro ICSI.
L’inseminazione intrauterina
è consigliata di norma in donne sotto i 39 anni, con tube verificate aperte e con un partner maschile che non abbia alterazioni dello spermiogramma. Ha una percentuale di successo intorno all’8% e consiste nell’inserire gli spermatozoi direttamente in cavità uterina tramite un piccolo catetere.
Fecondazione in vitro ICSI
La stragrande maggioranza delle coppie riceve la raccomandazione di effettuare una fecondazione in vitro, sia per una questione di efficacia, i successi sono intorno al 40%, sia per aggirare il problema delle tube o di uno spermiogramma compromesso.
Dobbiamo ricordare che una coppia che abbia già avuto figli, con i rapporti naturali, ha una possibilità di gravidanza del 25% fino ali 36 anni, del 20% dai 36 ai 39 e successivamente un calo di circa il 5% l’anno, fino ad arrivare vicino allo 0% ai 45 anni.
Per la ICSI si procede con una stimolazione delle ovaie per ottenere più follicoli lo stesso ciclo, con l’utilizzo di un attivatore della funzionalità ovarica l’FSH, prodotto naturalmente dalla pubertà in poi dall’ipofisi, che stimola nell’uomo la produzione di spermatozoi e nella donna la crescita follicolare.
Quando il diametro dei follicoli raggiunge i 18 mm si programma il prelievo ovocitario, che viene effettuato con l’ausilio di una ecografia transvaginale, in sedazione profonda. Gli ovociti così recuperati vengono affidati agli embriologi che li feconderanno per poi ottenere un embrione che sarà trasferito in utero in terza o meglio in quinta giornata di sviluppo, allo stadio di blastocisti.
Tutta la tecnica è totalmente priva di dolore.
La raccomandazione più importante è quella di valutare bene l’età della coppia e non procrastinare mai una scelta terapeutica. Si deve avere bene in mente che il tempo lavora SEMPRE a sfavore della coppia, soprattutto quando si superano i 35 anni.
Fecondazione eterologa
Dai 44\45 anni in poi per ovviare al problema della ridotta qualità genetica ovocitaria viene proposta la ovodonazione. In anni fortunatamente passati, quando questa era vietata in Italia, le coppie erano costrette ad andare all’estero, spesso in Spagna.
Oggi non c’è più nessuna necessità di fare i viaggi della speranza perché possiamo fare la fecondazione eterologa con ovociti, o spermatozoi, congelati come avviene di norma anche all’estero.
Si può fare ovodonazione anche con ovociti freschi, quando occorre, inviando il liquido seminale alla banca di gameti.
Oggi non c’è nessuna necessità di aggiungere il disagio del viaggio alle problematiche legate alla soluzione del problema sterilità.
La preparazione della ricevente al transfer embrionario nella fecondazione eterologa è semplice e prevede l’utilizzo di un estrogeno (Progynova) e successivamente di un progesterone naturale. Tassi di successo molto alti, superiori di tre volte rispetto ai massimi offerti dalla natura alla specie umana.
NB: Questo articolo originale è stato redatto senza l’ausilio dell’AI
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